Giorno del Ricordo/ “…Noi andavamo fora”: storie di profughi giuliano-dalmati

DSCN8821.JPGLa questione dell’esodo degli italiani d’Istria e di Dalmazia ha profondamente risentito di un prolungato vuoto di memoria: «Oggi, la maggior parte degli italiani non sa dove sia l’Istria», commentava amaramente Claudio Magris nel documentario d’inchiesta Arcipelago Foibe, curato da Anna Maria Mori per la Rai nel 1997.  Eppure, fino all’immediato secondo dopoguerra, la regione costiera dell’Adriatico nord-orientale era popolata da molte persone di lingua, cultura e identità italiana. Tuttavia, con l’annessione di Istria e Dalmazia alla Jugoslavia seguita al trattato di Parigi (1947) e la divisione delle aree di influenza occidentale e socialista in questa regione di confine, il regime del maresciallo Tito individua negli italiani  – sommariamente identificati come “fascisti” – una minaccia per il regime socialista di Belgrado: atterriti dalla minaccia delle foibe e delle epurazioni etno-culturali, circa 350 000 persone cercano rifugio in Italia oppure all’estero. La ferita dello sradicamento non si sarebbe più rimarginata, lasciando negli esuli e nei loro discendenti un doloroso senso di non-appartenenza.

La poesia letta da Lorenza Auguadra, sindacalista Cisl dei Laghi e scrittrice,  in apertura alla mattinata dedicata alla memoria dell’esodo giuliano-dalmata e dai martiri delle foibe, organizzata da  Cisl dei Laghi, Cisl Scuola dei Laghi, Fnp Cisl dei Laghi, dal Comitato di Como dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e l’Istituto di storia contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como e moderato da Carlo Brunati, per gli studenti di scuola superiore nella mattinata di giovedì 8 febbraio allo Spazio Gloria (poche, purtroppo, le classi presenti, che non hanno riempito nemmeno la metà del cinema) e per altri interessati, ben esprime il senso di irreparabile frammentazione di chi ha vissuto personalmente quest’episodio della storia italiana (e non solo). «Versi che – commenta Patrizia Di Giuseppe, direttrice dell’Isc Perretta,  sono tesi, spezzati, rivelatori dell’esperienza della fuga dalle proprie radici», in beffardo contrasto con la storia che, «più che essere maestra di vita, fa le rime», soggiunge Giuseppe Calzati, presidente dell’Istituto. L’osservazione appare quanto mai appropriata in questa fase di diffuso sdoganamento della fenomenologia e degli slogan neofascisti, che non di rado si sono appropriati proprio della questione giuliano-dalmata e dell’eccidio delle foibe con intenti revisionisti e ultranazionalisti; senza mostrare alcun autentico rispetto verso le persone coinvolte in prima persona,  reiteratamente strumentalizzate come strategia di distrazione dalla barbarie programmata dei totalitarismi di Hitler e Mussolini. Altrettanto disonesto sarebbe però trascurare le analogie tra  queste tragedie, mantenendo un “doppio standard” nella memoria e nell’impegno a evitare che l’una e l’altra, o altre ancora, si ripetano ai giorni nostri. Il giorno del ricordo, istituito per il 10 febbraio con la legge del 30 marzo 2004, intende colmare un prolungato e colpevole vuoto di memoria nei confronti degli italiani (profughi e vittime) d’Istria e di Dalmazia: provvedimento necessario che la narrazione storica mainstream sottovaluta ancora troppo spesso.

Anche per la sua vicinanza alla frontiera di un paese neutrale, Como  – allora come e più di oggi – ha svolto nel secolo scorso un ruolo decisivo nei processi di esodo e di migrazione provenienti da zone segnate da conflitto e persecuzione, e la storiografia locale non può esimersi da un’approfondita ricerca in tal senso. Il maggior contributo relativo all’impatto della questione giuliano-dalmata su questa città è dato dagli studi condotti da Marinella Fasani, ex insegnante, storica e ricercatrice dell’Isc Perretta, che considerano un periodo compreso tra la metà della seconda guerra mondiale e la fine degli anni Quaranta (1947-48) e che sono raccolti nel volume …Noi andavamo fora, presentato dalla curatrice e dai co-autori e autrici in mattinata.
L’accoglienza a Como di profughi giuliano-dalmati comincia ad assumere ritmi sostenuti più o meno in contemporanea agli arrivi di gruppi perseguitati dai fascisti e dai nazisti, che tentano  – non sempre con successo – di espatriare verso la Svizzera; come nel caso di questi ultimi, la presenza di giuliano-dalmati in città andrà aumentando nella fase successiva all’armistizio: pur trovandosi di fatto nel territorio controllato dalla Repubblica sociale italiana, la vicinanza al confine elvetico rende la città di Como una base relativamente sicura dai bombardamenti. Il picco si verifica però nel 1947, anno in cui l’annessione di Istria e Dalmazia al neocostituito Stato jugoslavo porta a un’esacerbazione delle tensioni anti-italiane, legittimate sommariamente come epurazione della Jugoslavia da ogni influenza borghese e neofascista, di cui gli italiani sono  – spesso piuttosto arbitrariamente – ritenuti forieri.  In questa fase, la ricerca di Fasani attesta più di duecento (222 accertati) istriano-dalmati in Como. Tuttavia, nell’Italia segnata dalla guerra e poi dalla crisi post-bellica, questi profughi, che pure sono, si sentono, vogliono sentirsi italiani, sono accolti con un atteggiamento freddo e insofferente: i provvedimenti presi a livello istituzionale sono scarsi nella qualità, nella quantità e nella durata (su ordine ministeriale e con il tramite delle Prefetture, sono spesso ammassati in alberghi o perfino in strutture non preposte all’accoglienza, nel caso di Como allo stadio o al mercato coperto ), l’assistenza loro rivolta è perlopiù delegata a soggetti privati o all’iniziativa degli stessi profughi, gli aiuti loro garantiti sono continuamente posticipati e centellinati (regola questi aspetti la legge Scelba del 1952), oltre che condizionati da ispezioni severe e umilianti volte a scongiurare parassitismi; perché l’italianità degli esuli di Zara, Pola o Fiume rivendicata da irredentisti e nazionalisti non basterà a muovere nelle comunità ospitanti un sentimento di empatia e di solidarietà; trauma che acuisce ulteriormente il senso di precarietà degli esuli. L’aumento delle presenze porterà a qualche miglioria organizzativa e all’istituzione di una struttura di accoglienza per giuliano-dalmati in via Briantea (altri saranno sistemati all’attuale comando dei Carabinieri a Rebbio, ex scuola che aveva già ospitato gli alluvionati del Polesine), ma i giornali nazionali e locali continueranno a prestare al caso  un’attenzione sporadica e “autocelebrativa”, nonostante prosegua l’esodo dalla “zona B” istituita nell’area nord-occidentale dell’Istria in seguito al memorandum di Londra del 1954; in una generale indifferenza non così dissimile da quella che, per inerzia o codardia, aveva permesso l’attuazione delle persecuzioni nazifasciste pochissimi anni addietro.

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Segue al resoconto della ricerca di Fasani la parte più emotivamente intensa dell’incontro, quella delle testimonianze. Gran parte degli italiani emigrati nel corso del XX secolo non avrebbero fatto ritorno alle proprie origini, e lo stesso è vero per molti giuliano-dalmati, tanto in Italia quanto all’estero. Spesso, comunque, essi riuscirono a preservare un senso di solidarietà intra-comunitario, una capacità che fu di grande aiuto a molti di loro per riuscire ad affrontare l’esperienza migratoria e che fu in parte veicolata dalla comunanza linguistica data dal dialetto veneto-giuliano.
Qualsiasi discorso di identità nazionale e culturale è legato a doppio filo dall’uso della lingua, nella sua continuità e nelle sue alterazioni e differenze. Sia Luigi Perini, presidente del Comitato di Como dell’Associazione nazionale esuli giuliano-dalmati, sia Adria Bartolich, segretaria generale Cisl dei Laghi intervenuta come figlia di profughi giuliano-dalmati, riportano esperienze analoghe e differenti nell’alterazione dei propri stessi nomi di famiglia, “slavizzati” o “italianizzati” secondo circostanza (indicativo della “slavizzazione” è il suffisso –ich, derivazione di  – ić, posposto a un cognome italiano). Bartolich, che è nativa di Brunate, riferisce una situazione di plurilinguismo entro il proprio nucleo familiare, originario del “paese fantasma” di Portole. La zona compresa tra il Friuli, la Dalmazia e l’Istria è infatti, e notoriamente, un crocevia tra le tre maggiori aree linguistico-culturali d’Europa: quella latina, quella slava e quella germanica. Un quadro di grande complessità (e fascino) che ha determinato trasformazioni politiche frequenti e complesse, che hanno a loro volta portato molti degli italiani originari di quei luoghi a lasciare le proprie certezze per un percorso di sradicamento, esclusione, privazione per salvaguardare la propria identità, come la famiglia di Perini che, abbandonando Capodistria da bambino, visse l’esperienza del campo profughi a Trieste, in un’epoca in cui arresti e uccisioni programmatiche rappresentavano un rischio concreto per gli italiani. I vissuti degli esuli riflettono questa complessità irriducibile, segnata da scelte, percorsi, atteggiamenti diversi verso il proprio destino: ci fu chi decise di restare (anche a proprio rischio e pericolo), chi accettò di adattarsi, chi, come l’allora undicenne Dolores Linardon,  visse l’esilio ingenuamente, come una bella avventura, prima di scontrarsi con un atteggiamento chiuso e diffidente. Chi non dubitò mai della propria “italianità”, come la famiglia Perini e chi, come Bartolich, si sarebbe sempre sentito “sospeso” tra diverse identità. Di una tale pluralità di destini – che ci riguarda da vicino, come italiani e come abitanti di una località di frontiera storicamente interessata da esodi e migrazioni –  bisogna fare tesoro, colmando la grande e grave lacuna di conoscenza su questi fatti storici. «Ognuno di noi è fatto di tante vite-, riassume Giovanni Perrinelli, segretario Cisl pensionati, in conclusione all’incontro – bisognerebbe, però, tenere a mente una comune umanità». Parole che suonano, oggi, più acute e veritiere che mai. [Alida Franchi, ecoinformazioni – foto di Giulia Olivieri, ecoinformazioni]

On line sul canale di ecoinformazioni anche tutti gli altri video dell’iniziativa di Daniel Lo Cicero.

 

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