8 marzo/ Giornata internazionale delle donne/ Donne, non bambole

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Ieri sera, a teatro, ho visto Casa di bambola, uno spettacolo a cui aspettavo di assistere da anni. Nel finale, la protagonista Nora abbandona casa e affetti dopo aver rischiato di rovinare la reputazione del marito con un accordo imprudente. Una decisione talmente irriverente, per l’epoca di Ibsen, da causare la prolungata censura del dramma: era impensabile che una donna potesse impunemente abbandonare la casa del marito, o quella paterna – con tutte le responsabilità connesse ai ruoli di moglie, madre o figlia – , specie in mancanza di un grave comportamento da parte dell’uomo-padrone.

Nora non brilla certo per “rettitudine morale”, se così si può dire: è frivola, piuttosto infantile, scaltra e certamente non l’immagine dell’onestà, mentre è proprio questa l’apparenza che Torvald, suo marito, vuol dare di sé, proiettando un’ombra minacciosa e prepotente su chiunque possa ledere tale facciata e controllando Nora come se fosse, appunto, una bambola.  Tuttavia, Recidendo i legami con Torvald e i figli, la donna riesce nonostante i propri difetti, o perfino a causa di essi, a ergersi come eroina della vicenda che la vede protagonista, imponendo finalmente il proprio desiderio di libertà sulle rigide convenzioni morali e sociali della sua epoca.
Dal 1879, anno in cui Casa di bambola fu scritto, l’emancipazione femminile ha certamente fatto importanti passi avanti; eppure, ancor oggi, non è così scontato che le donne si sentano libere di esprimersi pienamente, senza censure, senza ritorsioni, senza stigmi indelebili. 139 anni dopo, perciò, il dramma di Ibsen, e soprattutto la sua imperfetta protagonista, appaiono ancora più attuali che mai.

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Questa lunga digressione iniziale è incoerente solo in apparenza con le manifestazioni per l’8 marzo –  Giornata internazionale delle donne – organizzate da Nonunadimeno, Scuola d’italiano per donne straniere, Coro Le belle di Note e Unione degli Studenti a Como, a cui quest’articolo è dedicato. Tutte queste iniziative, in varie declinazioni, sono infatti state dedicate alla libera espressione femminile, insieme alla necessità di porre le basi perché ogni donna e tutte le donne si possano sentire libere e sicure di dar voce alla propria identità, senza censure o manipolazioni imposte da terzi.
Ed è infatti toccato alla voce, o meglio: alle voci, l’onore di aprire la giornata: all’ex Circoscrizione 6 di via Grandi 21, le studenti della Scuola d’italiano per donne straniere di Gilda D’Angelo si sono unite, insegnanti comprese, al coro femminile de Le belle di note diretto da Mariateresa Lietti. Decine di donne (italiane, tunisine, ucraine, pakistane, kosovare, uzbeke, indiane, egiziane, nigeriane, marocchine …e non solo), molte vestite di rosa o con abiti tradizionali, hanno intonato brani dal “repertorio storico” de Le belle di note, che attinge dal blues o dal gospel, dai cori delle mondine, dal femminismo storico, dai motivi popolari dei tempi in cui gli indesiderati erano gli italiani imbarcati per New York, Sydney, Buenos Aires (per chi avesse la memoria corta). A questi si sono aggiunte canzoni tipiche delle tradizioni di alcune coriste, intonate a una o più voci, scandite da applausi e accompagnate da danze, in una sala gremita di un pubblico quasi esclusivamente femminile ma sicuramente gioioso e vitale, come vorremmo vedere ogni donna, ogni giorno dell’anno  (lo scrive una donna, confidando  – in un calcolato eccesso di ottimismo – che per gli uomini sia lo stesso).

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Seconda tappa in piazza Vittoria alle 13, con un flash mob le cui organizzatrici, danzando tra nastri bianchi tesi e intrecciati e indossando pettorine bianche, hanno rivendicato il significato sociale del proprio femminismo, legato a doppio filo all’antirazzismo e all’antifascismo. Non sono soltanto i risultati delle recenti elezioni – non soltanto italiane –  a rinnovare l’urgenza di queste prese di posizione, i cui sostenitori e sostenitrici sono chiamati a reagire alla riabilitazione di un linguaggio marziale, muscolare, aggressivo nei confronti delle donne e di chiunque possa identificarsi in una minoranza, quale che ne sia la cifra. Certamente preoccupa, e irrita, il fatto che una grammatica sociale inclusiva e democratica stia incontrando una fase di regressione e degradazione, che i massimi rappresentanti istituzionali (o candidati a tale incarico) si sentano autorizzati a dare mostra di un linguaggio misogino, omofobo, razzista, preparando il terreno a schiere di ducetti di seconda mano. Non tutti tacciono, restando con le mani in mano: le battaglie per i diritti civili proseguono imperterrite, guadagnano terreno, colmano lacune di anni e anni, ma per essere vinte, tali battaglie hanno assoluta necessità e urgenza di essere condivise, nell’attivismo come nella quotidianità, da donne e da uomini, perché ciò che per brevità chiamiamo femminismo, ma che potremmo – e forse dovremmo – chiamare equità di genere, onde evitare fraintendimenti e manipolazioni – va nell’interesse di tutte, di tutti, di ciascuno, e va normalizzato contro derive reazionarie la cui pericolosità non può, in alcun modo, essere messa in dubbio.

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Il femminismo, infatti, non è e non deve essere il riflesso speculare del maschilismo, che ha connotato e che continua a connotare in buona misura le dinamiche sociali e politiche della formalmente democratica, egualitaria, inclusiva società occidentale. Soprattutto, il femminismo non è e non deve ascriversi a una questione “sulle donne, per le donne, delle (sole) donne”: e questo è un messaggio relativamente recente ma che, seppure con qualche difficoltà, si sta affermando. Al sit-in organizzato da Nonunadimeno e Unione degli Studenti in piazza san Fedele tra le 14 e le 15, gli studenti e attivisti Uds Francesco Restelli e Alessia Loi  mettono in evidenza in una lettura che esiste ancora un forte discrimine tra il giudizio che si dà di un uomo e di una donna per un comportamento identico o almeno analogo, specie riguardo alla vita sessuale delle persone: il decrepito cliché per cui, se la promiscuità maschile costituisce un punto d’orgoglio e un motivo di vanto, la promiscuità femminile, ma anche la non-promiscuità femminile, finisce inevitabilmente con il declassare la persona. Ancora oggi, 2018 dopo Cristo. Per perdonare Maria Maddalena – secondo le scritture –  ci sono voluti circa trent’anni; in compenso, per sdoganare la libera sessualità di tutte le donne, evidentemente, non sono bastati due millenni.

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Aspetto decisivo del femminismo è quello di creare unità, piuttosto che divisioni, giudizi e contrapposizioni che rischiano di esacerbare le ostilità. Da questo deriva l’accettazione e la valorizzazione di espressioni e di sensibilità eterogenee, nella cultura come nell’estetica. Oltre alla partecipazione di uomini e ragazzi (purtroppo pochi, rispetto alla componente femminile) alle iniziative per la giornata, colpisce molto positivamente il dato dell’intergenerazionalità,e quello della multiculturalità,  declinate in differenti espressioni  – e, in parte, in diversi codici linguistici  – di principi condivisi. Ovviamente non bisogna dimenticare che la data dell’8 marzo – scelta sulla base di un parziale “falso storico” – non è che una convenzione, in fondo: la piena parificazione delle donne rispetto agli uomini è un traguardo da inseguire quotidianamente, non solo con le pubbliche manifestazioni, ma innanzitutto con l’esercizio di pratiche “buone” e la ferma condanna di comportamenti discriminatori. Senza di ciò, riprendendo le parole di Alessia Loi, potete anche “tenervi le mimose”. [Alida Franchi, ecoinformazioni per Calendario civile]

Guarda le foto di Alida Franchi di ecoinformazioni

Presto online altre foto di Gianpaolo Rosso di ecoinformazioni

Ecco online sul canale di ecoinformazioni i video di Vincenzo Colelli, Alida Franchi, Gianpaolo Rosso di ecoinformazioni.

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